La fisica della gioia

LA FISICA DELLA GIOIA

dialogo tra l’uomo e la scienza

La biologia sarebbe oggi in grado di creare l’ anticorpo della sofferenza interiore: sottoponendo l’ uomo ad una tecnica chiamata “della deviazione”

Dice all’ uomo la Scienza:
“Non saprai più cos’ è la sofferenza:
ti inietto un anticorpo nelle vene
e si dilegueranno le tue pene.
Se poi dalla stazione del tuo cuore
parte un vagoncino di dolore,
ti fo una “deviazione” e t’ arriva
se la cosa non ti annoia,
un bel vagone carico di gioia.”

” Per il dolore fisico va bene,

risponde l’ uomo – forse sì, chissà,
ma se vuoi governarmi l’ emozione,
sconfitto il sentimento del dolore
che sprona alla speranza e alla battaglia,
non avrò più ragione
di volere o fare cosa qualsivoglia.
Me ne starei qui fermo a rimirare
una felicità che, mi sembra di capire,
con la mia identità dovrei pagare.
Non sarà che Lei, Signora Scienza,
insieme al male
mi toglie la coscienza?
Allora grazie, no. Meglio il dolore
d’ essere uomo, e per favore,
mi lasci come sono.

Vecchi dialoghi tra amici che non sono più tra di noi

P. – Credo che medicina o farmaco derivi dal greco e significhi “veleno”-

A. – Una cosa carina da sapere è che anticamente, siccome queste sostanze medicamentose si ricavavano dalle piante, erano considerate un dono degli dei per cui la medicina divenne d’origine divina e tutti i popoli ebbero una o più divinità protettrici dei farmaci. Di conseguenza la medicina fu praticata nei templi ed il sacerdote con l’anima doveva curare anche il corpo. Fu così presso quasi tutti i popoli antichi ed i sacerdoti tenevano segrete le loro formule per averne il monopolio da cui traevano utili e profitti. Prima che la medicina diventasse una scienza naturalmente, con Ippocrate per esempio. Ma questa è tutta un’altra storia.-

-Come stai A ? –

A .al gruppo –

Buon pomeriggio amici.

Sento il bisogno di

scusarmi con voi

per il mio lungo

silenzio.

Non si può

abbandonare una piattaforma social

Che mi ha dato

tanto in stima

, amicizia , affetto , senza esprimere la mia riconoscenza per tutto ciò che da voi ho avuto amici miei, per diversi anni.

Ecco, è che adesso accuso la stanchezza ,per gli anni che pesano , la salute che si sgretola, pensieri e preoccupazioni che ne conseguono.

C’ è un tempo per ogni cosa.

Ora quello di cui ho bisogno e forse solo non

pensare a niente

. Come diceva il

Poeta?

” Ho tanta stanchezza sulle spalle.

Sto qui, con le quattro capriole di fumo del focolare.”

Grazie a tutti i miei Amici, a chi mi ha dato stima e appoggio .

E siete un bel gruppo, Amici o no, le persone che ho avuto il piacere e l’ onore di seguire, con sincero interesse.

Cercherò di “riapparire” ogni tanto, ma il mio tempo è diventato avaro, non mi basta mai per ciò che è necessario fare con le poche forze che avanzano,

La foto che mi

identifica in icona

appartiene ad un

lontano passato

da tempo non

sono più quella

. Perdonatemi in

ogni caso

, e conservate un

buon ricordo di me .

Un abbraccio

, collettivo con tutto il mio affetto.

La vostra amica A.

Racconto di S. –

LE DUE PROSTITUTE
Dopo essere usciti da una taverna verso mezzanotte, stavo percorrendo una strada secondaria assieme al mio amico Giovanni. A un tratto fummo avvicinati da due giovani ragazze che, con fare civettuolo, ci chiesero se le offrivamo una birra: «Bei giovanotti, non abbiamo nemmeno cenato, ma se ci offrite da bere e ci date un soldino, poi noi vi daremo la caramella: il cambio non è forse favorevole?» A quella proposta il mio amico parve infastidito e mosse la mano come per cacciarle. «Rosita,» intervenni «tu e la tua amica Melania siete già ubriache fradicie. Volete proprio andare all’Inferno?» Rosita alzò le spalle: «Lì, peggio di qui, non può essere!» Giovanni mi guardò, l’irritazione stampata sul suo viso: «Non mi sembri molto schizzinoso nella scelta delle tue conoscenze.» Guardò poi con orrore le due prostitute. «Caro Giovanni, lavoro da queste parti e so tutto di loro. Ho avuto peggiori conoscenze di queste due sventurate. Non hanno più di sedici anni e hanno ambedue la sifilide; finiranno entro poco tempo nelle fosse comuni. Del loro lavoro, non dimenticarlo, devono ringraziare gli uomini. Uno dei loro aguzzini aspetta all’angolo della strada che gli consegnino il denaro che noi diamo loro. Ti dirò, ci fu un giorno che una di loro si era innamorata perdutamente di me. Al mio cospetto diventava timida come una educanda vergine e arrossiva sotto l’abbondante belletto. Ecco, queste creature che tu giudichi ripugnanti, forse sarebbero diventate ragazze per bene se avessero avuto buoni educatori o altre opportunità. Non credi che altri giudici, che vedono e sanno, non potrebbero aver avuto pietà di loro? Ma mi stavi chiedendo dello stato di salute della bambina ricoverata nell’istituto gestito da suore che si trova a poca distanza da qui e dove presto la mia opera da ispettore. Povera trovatella, ha solo tre anni, anche se la fortuna ha voluto che un benefattore sconosciuto abbia provveduto al suo mantenimento. È affetta da tifo, credo le rimanga poco da vivere. Vado spesso a trovarla, peggiora di giorno in giorno.» Ci salutammo: la mattina seguente sarei andato proprio all’istituto, dove avrei incontrato la madre superiora, una vecchia arcigna con le sopracciglia cespugliose e il mente aguzzo, un prete mezzo santo ma non avvezzo a lunghi discorsi e soprattutto Giulietta. Era così giovane e bella in quel suo completo bianco di novizia! Mi parlava sempre della Madonna, della quale aveva preso i lineamenti. Dolcissima Giulietta! Cinque anni dopo l’avrei rivista morente di un brutto male in un ospedale a cento chilometri dall’istituto. Nemmeno la morte però aveva osato sfigurare quel suo bel visetto. Non sbaglio a pensare che sia volata in cielo così com’era. Il giorno seguente a causa delle visite prolungate, indagini varie e colloqui con i dottori, avevo fatto davvero tardi; dovevo ancora cenare e faceva un gran freddo. Mi incamminavo imbacuccato e spedito verso casa. Fui avvicinato però da una donna che faceva la ronda davanti al bordello. Tentai di allontanarla da me con male parole ma fui colpito dalla sua voce supplichevole che mi indusse a fermarmi. Avevo intravisto quella donna più volte dall’altra parte del marciapiede: mi osservava, quasi studiando i miei passi, mentre uscivo dall’istituto.
«Signore, il mio vero nome è Gisella, ma sono conosciuta come Gilda, la Succhiona» esordì; gli occhi per un attimo aperti in un brillio di gioia, erano però quelli di una cerbiatta ferita a morte. «Dormo nella stessa stanza della mia amica Fernanda, una veneta, l’unica che mi rispetti. La sua insistenza è stata determinante per trovare il coraggio di fermarla, signore.» Fece poi una pausa, un sospiro, poi le uscì la domanda, come un grido da troppo tempo represso: «Come sta la bambina ammalata? È vero che è in pericolo di vita? Bisogna che la veda prima che muoia» singhiozzò, mentre le lacrime le scendevano impasticciando le gote dipinte. «Io, io, signore,» il volto si era improvvisamente arrossato «sono la sua mamma.» Quella donna, che ancora non aveva compiuto diciotto anni, ma che ne mostrava molti di più, era di una magrezza spaventosa, il suo viso, che peraltro manteneva una certa bellezza, era cereo, smunto, i suoi occhi ora somigliavano a quelli di una stella la cui luce si sta spegnendo. «Sino a un mese fa» soggiunse «la spiavo ogni mercoledì da lontano, quando le bambine escono dal grande cancello per la passeggiata.» Poi si portò le mani al volto e incominciò a tossire. «Vedrò cosa posso fare, signorina. Anch’io sono molto in pena per quella bambina dal sorriso triste. L’avvertirò sicuramente se dovesse peggiorare. Quanto a vederla… beh, la priora è molto severa e…»

Mi fermai, sapevo bene che non sarebbe stato possibile acconsentire alla richiesta di far vedere a questa povera donna la sua bambina moribonda. Mi supplicò in ginocchio che la lasciassi aspettare ogni sera in quel marciapiede per avere notizie.

«D’accordo, ma si riguardi, fa freddo, e alla sera l’umidità entra di prepotenza nelle ossa.» Per tutta la settimana la trovai lì, tremante dall’ansia e dal gelo, pallida come una morta. Un giorno, il medico mi comunicò che la fine di quella sfortunata bimba era ormai vicina.

Percorsi un’altra strada per non vederla, dovevo prepararmi, dovevo escogitare qualcosa, farmi venire un’idea. Attraversai un piccolo parco circondato da delle betulle oramai quasi spoglie. Le foglie cadute, bagnate da una recente pioggerellina, avevano reso sdrucciolevole il percorso. Seduti sopra una panchina, vidi una coppia di vecchi, intenti ad aprire un piccolo pacco. Odoravano di campagna, di frutta, di vacche. Il vecchio portava in testa un cappello di paglia, la moglie una cuffia tutta ricamata color avorio.

Dio mio, quanto mi facevano bene al cuore e all’anima quell’immagine! Aperto il pacco di carta di giornale, ne uscirono quattro pani imbottiti di formaggio e salame, due uova sode, due mele e una fiaschetta di vino nero. Mi fermai e chiesi loro da dove venivano e cosa facevano lì.

L’uomo scattò in piedi e si tolse il cappello, la vecchia mi fece un inchino, sorridendomi: «Ciò, Semo do veci, arivadi dopo mezodì in treno dal Veneto. Semo vegnesti in serca dea nostra putea che a’ lavora da ste parti come infermiera. La se ciama Fernanda. Semo masa veci per starghe drio a sinque camp de tera, tre vache, el porsel e do muse. Senza contar che dovemo starghe drio ae gaine che la volpe no mee magna. Avemo bisogno che nostra fia a’ ne dia na man. L’avarie anche el moroso che l’aspeta ancora. Pore tosat, el pianze come un vedeo quando la pensa. Se la sposa a’ ne darie dei putei, dei nevodi, no? Sior, saeo dime per caso dove poso trovarla? Intanto se el vol favorir…»*

Gli porse poi un panino al salame e un bicchiere riempito di vino.
«No signore, grazie, ho appena cenato.» “E adesso? Cosa diavolo devo fare? Le complicazioni non mi sono mai piaciute, ma devo fare qualcosa… ecco, forse ci siamo.” L’idea mi balenò improvvisa. «Ascoltatemi bene. Ora vi accompagnerò a una pensione qui vicina, dove potrete dormire e riposarvi dal lungo viaggio.

Domani mattina vi verrò a prendere e vi porterò a casa mia dove troverete Fernanda ad attendervi.» Dopo averli lasciati alla locanda del Gatto Nero, mi diressi a spron battuto all’istituto dove lavoravo, dirigendomi nel magazzino dove erano posti gli indumenti delle infermiere.

Quatto quatto ne prelevai una di piccola taglia, completa di copricapo, e la introdussi in una scatola di cartone. Uscito che fui all’aperto, chiamai un cocchiere, anche se il tragitto ero molto breve; lo feci per non dare nell’occhio. «Mi porti in via Santa Maddalena, a… quella stamberga, ma faccia un giro largo, per favore» ordinai. Il cocchiere sogghignò, lisciandosi i baffi spioventi. «In quella strada malfamata? La casa delle vergini? In quella casa abusiva? Prima o poi la faranno chiudere» sogghignò.

«Vi lascerò quattro isolati prima. Verrò a prendervi tra un’ora, va bene?» Mi strizzò un occhio. «Niente di tutto questo, mi basterà mezz’ora scarsa.»
Dopo un rapido esame della mia persona, la matrona mi ammise alla presenza di una decina di ragazze seminude. Vestivano delle corte tuniche di mussolina sgargianti. Erano tutte farfalle dal sorriso triste, pronte a spiccare il volo con il primo calabrone che si fosse presentato. «Qual è la prescelta?» mi chiese. Mi si avvicinò prendendomi in disparte, il suo sudore mi inondò le narici. Puzzava: probabilmente proveniva direttamente dalla sua anima contaminata e corrotta. «Lei è un signore distinto e potrei consigliarle la prima a sinistra: costa di più perché è la più giovane e carina, con lei potrà trastullarsi a suo piacimento, provando nuove emozioni. La seconda è la più esperta nei giochi amorosi, la terza…» Le piantai due occhi truculenti mentre la allontanavo da me con un certo fastidio. «Basta così,» la interruppi «ho già scelto. Desidero la signorina Gisella.» La matrona scosse il capo, perplessa. «Chi, Gilda la…» Mi girai in direzione delle scale del piano superiore. Sbuffai. Ero sempre più disgustato. «Per favore, non sopporto le volgarità. Dove si trova adesso?» La Matrona fece spallucce: «Mi dispiace, questa sera non è scesa, in questi ultimi tempi ha rallentato di gran lunga il ritmo; fino a un mese fa era la prima della classe, ora è molto negligente nei suoi doveri. Tanti clienti si sono lamentati delle sue prestazioni.» Chiesi di poter salire da lei nella sua camera. «Sono venti centesimi subito e una mancia a piacere alla ragazza a seconda della sua generosità e della soddisfazione provata. Altri dieci se desidera una bottiglia di buon vino.» Le consegnai i venti centesimi richiesti e salii le scale due gradini alla volta: «Si sciacqui la bocca con il suo vino!» le dissi prima di bussare alla porta di Gisella.
Gisella stava davanti allo specchio imbellettandosi affannosamente di cipria e di rosso il suo ancor grazioso musetto. Scattò dalla sedia dov’era seduta, afferrò uno scialle per nascondere la trasparente sottoveste e mi guardò con la faccia di un pagliaccio, con macchie sparse sulle gote, un occhio nero di Kohl e l’altro rosso e umido di lacrime. «No, non è morta,» mi affrettai a dirle «ma sta molto male. La suora della notte è esausta, l’ho avvertita che avrei portato un’infermiera mia amica per assistere la bambina. Per cortesia si tolga dalla faccia quell’orribile rossetto, si aggiusti i capelli con dell’olio, si levi quell’orrendo vestito e indossi in sua vece l’uniforme d’infermiera che troverà in questa scatola. L’aspetterò fuori, ma faccia presto perdio! Ah, mi dimenticavo: avverta la tua amica Fernanda che sono arrivati i suoi genitori a prenderla per portarla a casa. Sono convinti che presti la sua opera come infermiera. Le comunichi che domani mattina si trovi a casa mia, ora le darò il mio indirizzo.» Gisella mi fissò, scuotendo la testa: «Sarà inutile. Fernanda è entrata qui dentro da non più di un anno e fuori lavora molto poco, cosicché ha un grosso debito da saldare con il suo crudele magnaccio. Io ho lavorato anche quindici ore al giorno; quante notti e giorni in bianco per poter pagare prima il debito e poi per poter inviare il denaro in banca per il mantenimento della mia piccola. Povera amica mia: vorrebbe tirarsi fuori, ma non le sarà possibile farlo. Ne va della sua vita.»
«Così presto?» esclamò, con sorpresa la maitresse. «L’avevo avvertita che…» La interruppi ancora una volta: «La signorina Gisella passerà la notte con me a casa mia. Per un ulteriore compenso, non si preoccupi. Mi dica quanto le devo. Sta scendendo le scale adesso.» Gisella apparve sul ballatoio nel suo lungo mantello d’infermiera. Fu subito circondata dalle ragazze nelle loro uniformi fatte di nulla. «Come sei fortunata Succhiona» la sbeffeggiarono in coro «di essere portata al ballo mascherato, anche se non siamo all’ultimo di carnevale. Sei molto chic e sembri una ragazza per bene, di buona famiglia! Non dirmi che questa volta le punture le farai tu!» E ridevano, e scherzavano, su quel malinconico manichino distrutto dal dolore. «Divertiti mia cara,» sorrise la padrona, accompagnandoli alla porta dove la carrozza la stava attendendo.
Oramai c’era ben poco da fare: la bimba stava declinando con rapidità. Del tutto incosciente, anche un profano di medicina avrebbe capito che la fine era prossima. Gisella dapprima la chiamò e nel suo appello caduto nel vuoto c’era sì un eco di gioia ma la stessa era mista al rimorso, una gioia quindi mutilata. Ebbe l’impressione che quella bimba dall’infanzia spezzata la stesse accusando di averla abbandonata. Rimase allora tutta la notte seduta e silenziosa a fianco del letto, fissando tra le lacrime, la figlia moribonda.
«Dalle un bacio d’addio,» la esortai, quando l’agonia incominciò «non temere, è completamente incosciente, ma il tuo bacio lo porterà in Cielo.» Si chinò allora sopra la sua bambina, ma d’improvviso si tirò indietro: «No! Non oso e non posso baciarla!» singhiozzò: «Sono una donna marcia!»
La mattina all’alba la trovarono morta annegata. Si era gettata in un piccolo ma profondo laghetto vicino. Seppi che prima si era scolata una intera bottiglia di grappa. Cercai di allontanare da me le sua immagine e non volli commentare con me stesso la sua disperata decisione. Ad ogni mio pensiero in proposito avevo avuto il timore di incappare in una nota stonata, poiché della morte e dell’amore si può parlare soltanto con se stessi o con la persona profondamente amata, con la quale si forma una sola cosa. Ma le sorprese non erano finite. Un ragazzo mi portò una lettera. Era di lei. Aveva trovato il tempo di scrivermi poche righe.
“Signore, avevo messo da parte un gruzzolo per mia figlia per poterle assicurare un futuro dignitoso. Ora quel denaro non le serve più, come del resto il mio povero corpo che non ha più senso tenerlo in vita. Le ho lasciato il numero della cassetta di sicurezza, la prego di consegnare il denaro a Fernanda. Che sia felice almeno lei. La ringrazio di cuore mio buon signore per quello che ha fatto per me. Addio.”
Consegnai il denaro a Fernanda che saldò il conto con il suo sfruttatore. Volle fermarsi per accompagnare in cimitero la sua amica. Da parte mia decisi di contribuire alle spese. Poi l’accompagnai insieme ai suoi genitori alla stazione dei treni. A un tratto, un attimo prima di salire sul convoglio, il padre di Fernanda mi mise una mano sulla spalla:
«Sior, come se ciameo?»**
«Mi chiamo Angelo, signore.»
«Lo dizeo ben. Lù le un angeo de nome e de fato.»***
La madre di Fernanda mi abbracciò. Ci salutammo tutti tra le lacrime.

Note:
*Vede, siamo due vecchi, arrivati dopo mezzogiorno dal Veneto. Siamo venuti alla ricerca della nostra ragazza che lavora da queste parti come infermiera. Si chiama Fernanda. Siamo troppo vecchi per poter seguire i lavori di cinque campi, tre mucche, un maiale e tre asine. Senza contare che dobbiamo proteggere le galline dalla volpe, che non me le mangi. Abbiamo bisogno dell’aiuto di nostra figlia. Avrebbe anche il fidanzato che l’aspetta ancora. Povero ragazzo, piange come un vitello quando la pensa. Se la sposa ci darebbe dei bambini, dei nipotini, no? Signore, potrebbe dirmi per caso dove posso trovarla? Intanto se vuole favorire…
** Signore, come si chiama?
*** Lo dicevo bene. Lei è un angelo di nome e di fatto.»

A . -E triste . Ma quante storie somigliano a questa ?-

S. – Tantissime purtroppo .E senza questo parziale lieto fine. Un caro saluto.-

Pubblicato da Sossu

Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento. Proverbio cinese "L'APPARENZA INGANNA "

3 pensieri riguardo “La fisica della gioia

  1. Dispiace sempre quando qualcuno con cui si è avuto un rapporto di conoscenza e di stima che può arrivare all’amicizia, sia pure virtuale, si distacca. È comunque una perdita reale… è la vita anche questa, probabilmente. La storia finale mi ha ricordato ” I miserabili”, non sembra?

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    1. Si Giò quando si instaura un rapporto amicale ,direi affettivo seppur virtuale vivi l’allontanamento e il distacco . E quei legami restano .
      Alcuni seppure pochi ,sono diventati reali, come nella vita reale anche nei blog avviene.
      Il gruppo scelto è stato buono , mi ha arricchita , è stato uno scambio.
      Ad Aurora avevo dedicato una lunga poesia, era la più anziana e gli volevamo bene. Anche due amici più giovani sono morti . Uno di covid . Il racconto di Sergio ricorda un po’, è vero Victor Hugo, nel messaggio principale, anche nell’ ambientazione. Ciao

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