Da “S’i fosse foco arderei ‘l mondo ” a … “A’ pie’ de’ colli ove la bella vesta “

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S’i‘ fosse foco

S’i fosse foco

arderei ‘l mondo

S’i fosse vento, lo tempestarei;

s’i fosse acqua, i’ l’annegherei;

s’i fosse Dio, mandereil’ en profondo;

s’i fosse papa, allor serei giocondo,

ché tutti cristiani imbrigarei;

s’i fosse ‘mperator, ben lo farei;

a tutti tagliarei lo capo a tondo.

S’i fosse morte, andarei a mi’ padre;

s’i fosse vita, non starei con lui;

similemente faria da mi’ madre.

Si fosse Cecco com’i’ sono e fui,

torrei le donne giovani e leggiadre:

le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Parafrasi

1 se io fossi fuoco, brucerei il mondo fino a incenerirlo;
2 se fossi vento, soffierei su di esso come una tempesta;
3 se fossi acqua, lo annegherei;
4 se fossi Dio, lo farei sprofondare in una voragine;

5 se fossi il papa, allora sarei felice,
6 perché avrei il potere di mettere nei guai tutti i cristiani a mio piacere;

7se fossi l’imperatore, sai cosa farei invece?
8taglierei la testa di netto (“a tondo”) a tutti quelli che mi stanno intorno.

9 Se fossi la morte, andrei da mio padre;
10 se fossi la vita, lo terrei a distanza più che posso:
11 e lo stesso farei con mia madre.

12 Se fossi Cecco, come in effetti sono e sono sempre stato,

13prenderei per me tutte le donne giovani e belle
14e lascerei agli altri le vecchie e brutte.

IL GENERE LETTERARIO

il sonetto S’i’ fosse foco è quello della cosiddetta appartiene al genere letterario del filone  “poesia comico-parodica”, che discende dalla tradizione goliardica medievale e si pone in contrasto con la linea poetica dominante, impiegando uno stile basso per trattare argomenti quotidiani: l’intento è rovesciare .

In particolare, la corrente realistica a cui fa capo Cecco Angiolieri tende a porsi in uno spirito di contrapposizione nei confronti del dolce stilnovo, rovesciando i topoi propri della raffinatissima corrente a cui fanno capo – tra i più noti – Dante Alighieri Guido Cavalcanti e Guido Guinzelli.

Dunque, il tono dissacratorio e volutamente provocatorio del componimento S’i’ fosse foco non è da interpretare letteralmente, come uno sfogo estemporaneo contro Dio, il mondo e la propria famiglia, bensì va inteso come un raffinatissimo gioco letterario, sorretto da una forma stilistica estremamente elaborata: le ripetute anafore, oltre a facilitare la memorizzazione, creano, infatti, una studiata struttura simmetrica, che determina un tono ossessivo di continua ripetizione dello stesso tema della distruzione, presentato in forme totalmente iperboliche. Proprio le continue iperboli fanno intuire che nulla di quanto viene detto deve essere preso sul serio. Dal momento che il sonetto vuole essere una presa in giro e un rovesciamento parodico dei generi “seri” ed “ufficiali”, ovviamente Cecco Angiolieri presuppone che il lettore conosca questi ultimi, per poterne apprezzare la parodia. Ad esempio, la struttura del sonetto richiama in modo antifrastico quella del plazer di origine provenzale: mentre lì erano elencate una serie di cose piacevoli, qui, invece, i desideri elencati sono irrealistici e volutamente catastrofici. Con una forte contrapposizione di clima si parte dalla menzione dei quattro elementi da cui ha avuto tradizionalmente origine il cosmo (fuoco, acqua, vento, Dio), per passare alle due potenze che reggono il mondo medievale (papa e imperatore), fino ad arrivare alla famiglia del poeta (padre e madre), per concludere, poi, con la menzione del poeta stesso al verso 12 (s’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui..). Il tono parodico è inoltre palesato dall’evidente abbassamento del tono nell’ultima terzina, burlesca e divertita: mentre prima prevalgono gli eccessi e le immagini iperboliche, ora il poeta si presenta qual è veramente ed espone bonariamente la sua filosofia di vita, basata sul conseguimento immediato di un godimento tutto terreno: se non può essere né fuoco, né vento, né papa, né morte e vita, allora vorrebbe almeno prendere per sé le donne più affascinanti e lasciare agli altri quelle brutte e poco desiderabili.

Il grande merito di Cecco Angiolieri è quello di aver creato ed essere l’esponente maggiore nel Duecento della poesia comico-realistica, un filone che nel corso dei secoli sarebbe fiorito all’ombra della letteratura “seria”, che secondo i canoni letterari classici era considerata di un livello superiore. In realtà, da Aristofane in Grecia…

Vittorio Gassman recita

S’i fosse foco

Fabrizio De André canta il noto sonetto di Cecco Angiolieri

Francesco Petrarca nacque nel 1304 “allo spuntar dell’alba, il lunedì 20 luglio, nella città di Arezzo e nel borgo dell’Orto” (Sen. VIII.1). Il padre, ser Petracco di ser Parenzo notaio a Firenze come suo padre, ser Parenzo di ser Garzo ( Parenzus de Incisa) e suo nonno Garzo, guelfo di parte bianca, era stato costretto ad abbandonare la città nel 1302, in quanto bandito per motivi politici, e a rifugiarsi con la moglie Eletta Canigiani proprio ad Arezzo abbandonando così la casa all’Incisa ( località poco lontana da Firenze). Nel 1305 Ser Petracco riuscì a far ritornare la famiglia all’Incisa, di proprietà del nonno di Fracesco, mentre su di lui pendeva ancora la condanna. Nel frattempo Eletta ebbe altri due figli oltre Francesco: uno morto piccolissimo e Gherardo (nato nel 1307), il fratello amatissimo dal poeta. Nonostante nel 1309 ser Petracco fosse stato riconosciuto innocente non riuscì mai a far rivalere i propri diritti e non ritornò mai più a Firenze. Nel 1311 Francesco si trasferì a Pisa dove rimase per circa un anno ed ebbe modo di incontrare Dante Alighieri amico del padre e del nonno.

Il periodo avignonese

All’inizio del 1312 ser Petracco e la sua famiglia si trasferirono ad Avignone, dopo aver rischiato un naufragio nei pressi di Marsiglia. Avignone inizialmente era solo una città di interesse commerciale, ma con il trasferimento della sede papale aveva aumentato la sua importanza come centro economico. All’epoca stava inoltre subendo notevoli modifiche urbanistiche per la costruzione dei palazzi che avrebbero ospitato cardinali, curiali, ambasciatori, ma anche persone di studio, mercanti, uomini di legge ed artisti. Francesco con la madre ed il fratello, mentre il padre lavorava ad Avignone, si stabilì nella cittadina provenzale di Carpentras, dove visse anni felici. E’ in questo periodo che avvenne il cambio del cognome della famiglia definitivamente latinizzato in Petrarca. A Carpentras Francesco conobbe Guido Sette, l’amico futuro arcivescovo di Genova, che lo accompagnò, adolescente, a visitare per la prima volta le sorgenti del fiume Sorga. A Carpentras Petrarca studiò grammatica e retorica con il famoso maestro Convenevole da Prato. Proseguì poi gli studi a Montpellier. Fu proprio mentre Francesco si trovava a Montpellier nel 1318 che ne morì la madre Eletta a soli 38 anni.

Gli studi a Bologna

Nell’autunno del 1320, Francesco si recò a Bologna con Gherardo e Guido per iniziare gli studi giuridici verso i quali fu indirizzato dal padre deciso a fare di lui il quarto notaio della famiglia. In questi anni Petrarca, sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si legò ai circoli letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Giovanni del Virgilio e Bartolino Benincasa, coltivando così i primi studi letterari e iniziando quella bibliofilia che lo accompagnò per tutta la vita. Sempre a Bologna il Petrarca conobbe e strinse amicizia con Tommaso Caloiro, Matteo Longhi, Luca Cristiani, Mainardo Accursio, primo nucleo dei suoi corrispondenti, ed, in particolar modo, Giacomo Colonna fratello del cardinale Giovanni figura di spicco nella curia di Avignone. Nel 1326 Francesco abbandona Bologna e gli studi anche in conseguenza della morte del padre e ritorna ad Avignone.

Il ritorno ad Avignone

Ritornato ad Avignone Francesco ed il fratello vivranno un periodo di gravi difficoltà economiche, ma grazie alla generosità di Giacomo Colonna superò questi momenti di difficoltà. Nel 1330 il Petrarca divenuto chierico della curia papale entrò proprio a servizio del cardinale Giovanni Colonna come “cappellano commensale”. Rimase al servizio della famiglia fino al ’47. Era tuttavia un servizio non pesante e che gli garantiva una tranquillità economica, lasciandogli la possibilità di seguire i suoi interessi letterari e filologici e di dedicarsi ai viaggi. Ebbe infatti modo di visitare Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia e Lione. Nel 1336 poté visitare Roma, che ammirò sempre come patria dei grandi uomini dell’antichità e vera sede del papato, ma che all’epoca era ridotta ad un ammasso di ruderi e di sporcizia. Ritornato dal viaggio nel 1337 il Petrarca si trasferì a Fontaine di Vaucluse presso la riva della Sorga e ricevette la notizia, che da una donna amata e mai identificati di Avignone gli era nato un figlio: Giovanni.

L’incontro con Laura

Uno degli eventi fondamentali fu l’incontro “il venerdì santo 6 aprile 1327, a mattutino, nella chiesa di S. Chiara in Avignone” con una giovane donna: “Laura”. Nonostante numerose ricerche, non è ancora stato possibile identificare con precisione chi fosse questa giovane che divenne l’ispiratrice ed il simbolo della poesia petrarchesca. La figura di Laura ha suscitato, da parte dei critici letterari, le opinioni più diverse: identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata con Ugo de Sade, altri invece tendono a vedere in tale figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell’alloro poetico (pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile), suprema ambizione del letterato Petrarca. Resta comunque il fatto che il Petrarca rende noto che la giovane morì il 16 aprile 1348 a causa della peste.

L’incoronazione a Poeta

Nel frattempo la sua fama di poeta in latino e in volgare era talmente cresciuta che il 1° Settembre 1340, contemporaneamente, ricevette l’invito a recarsi a Roma e a Parigi per ricevere la corona poetica. Petrarca scelse Roma, ma prima di ricevere la laurea poetica volle farsi esaminare da quello che era ritenuto allora il più intellettualmente dotato dei sovrani e uomo di lettere: Roberto d’Angiò, re di Napoli. Nel 1341 si recò a Napoli e fu esaminato per tre giorni da re Roberto che, dopo averne constatato la cultura e la preparazione poetica, acconsentì all’incoronazione a poeta in Campidoglio per mano del senatore Orso dell’Anguillara, secondo le consuetudini degli antichi per l’opera in latino “Africa”. In seguito all’incoronazione incominciò a comporre l’Africa e il De viris illustribus.

A Parma

Nel 1343 visitò per la seconda volta il Regno di Napoli, come inviato speciale del cardinale Colonna,  per la sorte di tre principi ribelli. Dopo la partenza da Napoli, si fermò a Parma, dove acquistò e fece restaurare una casetta nella quale aveva già soggiornato. Con lui viveva Giovanni che studiava con Moggio Moggi, caro amico del Poeta e allora precettore dei figli di Azzo. Era evidente l’intenzione del Poeta di stabilirsi in quella città. Purtroppo appena un anno dopo dovette rifugiarsi a Verona presso amici: Parma era infatti assediata dai Visconti. Il Petrarca fece quindi ritorno a Valchiusa, dove visse qualche anno lavorando a molte delle sue opere, prima di ritornare nel 1348 a Parma, dove era diventato arcidiacono della cattedrale. In contrasto con il vescovo di Parma, però, chiese ed ottenne ottenne presto un canonicato a Padova dal principe della città, Jacopo da Carrara, che lo stimava moltissimo: Petrarca ne prese possesso il 18 aprile del’49 e in quell’occasione ebbe in uso una casa canonicale che in parte esiste tuttora. Pur abitando a Padova egli ebbe modo di visitare nuovamente Verona, Treviso, Venezia e Mantova. Per il Giubileo del 1350 si recò a Roma dove ricevette la visita anche di Giovanni Boccaccio, che gli portava l’invito dei fiorentini (respinto dal Poeta) di ritornare nella città toscana.

Al servizio dei Visconti

Nel 1351, però, il Petrarca decise di ritornare in Provenza. Abitò parecchi mesi a Valchiusa, preso da molteplici impegni curiali che lo disturbarono molto. Poi nel 1353 abbandonò definitivamente la Francia per trasferirsi a Milano presso i Visconti. Questa decisione suscitò numerose proteste da parte dei suoi amici, soprattutto quelli toscani, che lo accusarono di essersi sottomesso ai tiranni. Petrarca rispose con appassionato fervore d’essere libero, nel suo spirito e nelle sue opere. Tuttavia non evitò di compiere alcune missioni diplomatiche per i suoi nuovi signori: nel 1354 incontrò l’imperatore Carlo IV a Mantova e soggiornò a Venezia (dove conobbe e si fece amici il Doge Andrea Dandolo e gli autorevoli membri della Cancelleria ducale); si recò ancora a Basilea e Praga presso l’imperatore e a Parigi per rendere omaggio al re Giovanni II appena rilasciato dagli inglesi.

Il ritiro sui colli

Nel 1361 ci fu una nuova epidemia di peste ed il Poeta abbandonò Milano per recarsi prima a Padova, accolto da Francesco I da Carrara, e poi a Venezia, dove ottenne il canonicato di Monselice. Mentre era ancora a Padova gli giunse la notizia della morte del figlio a Milano il 10 luglio 1361, mentre la figlia Francesca si sposò con Fracescuolo da Brossano e lo raggiunse a Venezia con la sua famiglia (gli diede due nipotini: Francesco, che morì prima del poeta, ed Eletta). A Venezia condusse un soggiorno sereno ed allietato da numerose amicizie per circa sette anni, poi lasciò definitivamente la città lagunare e si ritrasferì a Padova. Nel 1369 Francesco il Vecchio donò, forse, al Poeta un appezzamento di terreno ad Arquà. Il Petrarca visse tra Padova ed Arquà, assistito dalla figlia Francesca, fino alla morte, avvenuta verso la mezzanotte del 18 luglio 1374 (si narra sulla sua scrivania tra i suoi amati libri). Il funerale ebbe luogo il 24 luglio ad Arquà alla presenza di Francesco da Carrara e di numerosi ecclesiastici e docenti dello Studio patavino. Fu sepolto nella chiesa parrocchiale come aveva stabilito nel suo testamento. Sei anni dopo fu però deposto nell’arca, ancora visibile sul sagrato della Pieve di Santa Maria Assunta ad Arquà, fatta costruire dal genero Francescuolo da Brossano.


Apieʼ de’ colli ove la bella vesta

e le terrene membra pria
la donna che colui ch’a te ne ’nvia
spesso dal sommo lagrimando desta,
libere in pace passavam per questa
vita mortal, ch’ogni animal desia,
senza sospetto di trovar fra via
cosa ch’al nostr’andar fosse molesta.
Ma del misero stato ove noi semo
condotte da la vita altra serena
un sol conforto, et de la morte, avemo:
che vendetta è di lui ch’a ciò ne mena,
lo qual in forza altrui presso a l’extremo
riman legato con maggior catena.

Fonte lelletatura. It

‘A pie’ de’ colli ove la bella vesta ”

Francesco Petrarca

Pubblicato da Sossu

Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento. Proverbio cinese "L'APPARENZA INGANNA "

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