Via le mani e il resto ! Sono civili inermi ….

Je dis tout simplement que

, les Peuples directement

concernés et Tous ceux qui

ne veulent pas la guerre

sont mes préférés.

Je comprends qu’un côté

n’a pas préféres.

Je comprends qu’ une

seule partie n’a pas la

choix .

Toutefois est vrai seuls queseques- una décident.

La même pensée est valable pour moi.

C’est un credo .









https://youtu.be/ENSFSYqqfOk

Prova a cantare il mondo mutilato

Prova a cantare il mondo mutilato
Ricorda le lunghe giornate di giugno
e le fragole, le gocce di vino rosé.
Le ortiche che metodiche ricoprivano
le case abbandonate da chi ne fu cacciato.
Devi cantare il mondo mutilato.
Hai guardato navi e barche eleganti;
attesi da un lungo viaggio,
o soltanto da un nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare verso il nulla,
hai sentito i carnefici cantare allegramente.
Dovresti celebrare il mondo mutilato.
Ricorda quegli attimi, quando eravate insieme
in una stanza bianca e la tenda si mosse.
Torna col pensiero al concerto, quando la musica esplose.
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco
e le foglie volteggiavano sulle cicatrici della terra.
Canta il mondo mutilato
e la piccola penna grigia persa dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce e ritorna.

Adam Zagajeweski

E si sempre lui Adam Zaga jeweski

Andare a Leopoli.

Da quale stazione

per Leopoli, se non in sogno, all’alba,

quando la rugiada brilla sulle valigie e nascono proprio allora

gli espressi, i super-rapidi. Andare all’improvviso a

Leopoli, in piena notte o di giorno, in settembre

o a marzo. Se Leopoli esiste, sotto

la coperta delle frontiere e non solamente nel mio

nuovo passaporto, se stendardi di alberi

i frassini e i pioppi ancora respirano rumorosamente

come gli Indiani e i ruscelli farfugliano nel loro

oscuro esperanto e le bisce come segni morbidi

della lingua russa scompaiono tra

l’erba. Fare i bagagli e partire, del tutto

senza addii, a mezzogiorno, scomparire

come svenivano le signorine. E le bardane, un verde

esercito di bardane, e là, sotto i tendoni

di un caffè veneziano, le lumache parlano

dell’eternità. Ma la cattedrale si alza,

ti ricordi, così dritta, così dritta

come la domenica e i tovaglioli bianchi e un secchio

sul pavimento pieno di lamponi e il mio

desiderio, che non c’era ancora,

solo i giardini, le erbacce e l’ambra

delle ciliegie e l’indecente Fredro.

C’era sempre troppo di Leopoli, nessuno poteva

capirne tutti i quartieri, sentire

il sussurro di ogni pietra bruciata dal

sole, di notte la chiesa ortodossa taceva in modo del tutto

diverso dalla cattedrale battezzavano

le piante, foglia a foglia, ma queste crescevano,

crescevano in modo folle e la gioia si nascondeva

ovunque, nei corridoi, nei macinacaffè,

che giravano da soli, nelle teiere

celesti, nell’amido che era il primo

formalista, nelle gocce di pioggia e nelle spine

delle rose. Sotto la finestra ingiallivano forsizie gelate.

Le campane suonavano e tremava l’aria, le cuffie

delle monache come golette navigavano vicino

al teatro, c’era così tanto mondo

che doveva fare il bis un infinito numero di volte

il pubblico impazziva e non voleva

lasciare la sala. Le mie zie ancora

non sapevano che un giorno le avrei resuscitate

e vivevano fiduciose e così isolate;

le domestiche, pulite e stirate, correvano per la panna fresca,

nelle case un po’ di rabbia e grande speranza. Brzozowski

era arrivato per le lezioni, uno dei miei

zii scriveva un poema intitolato Perché dedicato all’Onnipotente e c’era troppo

di Leopoli, non entrava nel contenitore,

faceva scoppiare i bicchieri, traboccava da

stagni, laghi, fumava da tutti

i camini, si trasformava nel fuoco e nel temporale,

rideva con i fulmini, diventava umile,

tornava a casa, leggeva il Nuovo Testamento,

dormiva sul divano sotto il tappetino dei Carpazi,

c’era troppa Leopoli e ora non ce n’è

per niente, cresceva irrefrenabilmente e le forbici

tagliavano, i giardinieri scontrosi come al solito

a maggio senza compassione senza amore

ah, aspettate che venga il caldo

di giugno e le felci soffici, i campi

illimitati dell’estate, cioè della realtà.

Ma le forbici tagliavano, lungo la linea e attraverso le fibre, i sarti, i giardinieri e i censori

tagliavano il corpo e le ghirlande, i falcetti instancabilmente

lavoravano, come in un ritaglio infantile

si segue la riga tratteggiata per ricavare un cigno o un capriolo.

Forbici, temperini e lamette da barba grattavano,

tagliavano e accorciavano dei vestiti abbondanti

di prelati, di piazze e palazzi, gli alberi

cadevano senza rumore, come in una giungla,

e la cattedrale tremava, ci si salutava al mattino

senza i fazzoletti e senza lacrime, le labbra

così asciutte, non ti vedrò più, così tanta morte

ti aspetta, perché ogni città

deve diventare Gerusalemme e ogni

uomo un ebreo e ora in fretta appena

questo,
fare i bagagli, sempre, ogni giorno,
e andare senza fiato, andare a Leopoli, dopo tutto
esiste, quieta e pura come
una pesca. Leopoli è ovunque.

Adam Zagajeweski

Anche riguardo a paesi scomparsi questo autore è un maestro in una prosa sullo stalinismo, scritta forse pensando all’avidità con cui nel secondo Novecento in Occidente si cercavano autori che condannassero le democrazie popolari ,né d’altronde le ragioni di condanna mancavano,fa dire ad un vecchio scrittore

Una canzone popolare polacca

“Ma noi eravamo ragazzi. Ambiziosi, come tutti i ragazzi “

Che cosa crede, che il vento fosse staliniano, staliniana l’acqua nei fiumi e nei boschi e staliniano il profumo dell’erica? Lo sa che in quegli anni il mondo era altrettanto maestoso?

Che il marciume che vi si nascondeva era solo un piccolo baco in una grossa mela?

Crede forse che i baci fossero staliniani?». Zagajewski è vissuto, come dice una poesia di Evtushenko «nel paese che più non c’è,
ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo».

Questi paesi che più non ci sono sono stati prodighi di narratori, poeti e saggisti per tutto il resto d’Europa e d’America e spesso si tratta di autori di prim’ordine che hanno interpretato le tensioni del secolo assai meglio dei loro colleghi stanziali, orientali o occidentali che fossero: la pagina di Brodskij ,sul primo incontro con la musica occidentale jazz ,in dischi di contrabbando ,passione che condivide con il nostro poeta, che è anche un raffinato musicologo, dice più cose che le infinite speculazioni italiche su poesia e oralità nutrite di una discografia abbondante.

Accadono disgrazie così orribili…
‒ Non chiedere! Non chiedo. Nel silenzio della sera
irrompe un elicottero della polizia.

La poesia chiama a una vita più alta,
ma ciò che è basso ha la sua eloquenza ,
più sonora della lingua indoeuropea,
più forte dei mie libri e dei miei dischi.

Non ci sono usignoli o merli
dalla dolce, triste cantilena,
solo il tordo beffeggiatore che imita
e fa il verso a tutte le altre voci.

La poesia chiama alla vita, al coraggio
di fronte all’ombra che si espande.
Sai guardare con calma la Terra
,come un ideale cosmonauta?

Dall’indolenza innocente, dalla Grecia dei libri
e dalla Gerusalemme del ricordo d’un tratto emerge
l’isola della poesia, disabitata,
che un novello Cook un giorno scoprirà.

Frederic Chopin

Waltz Rain

L’Europa dorme già. Gli animali notturni
rapaci e malinconici,
vanno a caccia, muovono alla morte.
Tra poco anche l’America si addormenterà.

Da Poesia del nostro tempo

Tradimento

“Gli sforzi del nostro intelletto si concentrano tutti nel tentativo di ridurre la complessa immagine del male a una forma semplice, elementare.

Quando ci riusciamo, se ci riusciamo, ci rendiamo conto che la risposta alla nostra domanda ci è sfuggita ancora”, ma naturalmente bisogna cercare una risposta e non un tranquillante.

Romance The Gadfly suite

Dmitri Shostakovich

Pubblicato da Sossu

Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento. Proverbio cinese "L'APPARENZA INGANNA "

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